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Imprese a caccia di opportunità: la partita si gioca (soprattutto) al di là dei nostri confini

Tra le molte decisioni che ogni imprenditore si trova a dover prendere, una delle più rilevanti e capaci di influenzare in maniera decisiva l’andamento del proprio business, riguarda la scelta dei mercati sui quali vendere. La stragrande maggioranza delle imprese italiane opera soltanto sul mercato locale; quelle esportatrici invece (pari a circa 196mila) rappresentano solo il 4,6% del totale1.

Spesso si è portati a pensare che l’export, specie se destinato verso i mercati al di fuori dell’Unione europea, sia soltanto affare delle imprese di media e grande dimensione. In realtà, i due terzi delle imprese esportatrici italiane hanno meno di 10 dipendenti. La percentuale supera l’80% se si considerano le imprese fino a 20 dipendenti. Ciononostante il peso di queste sul totale export italiano è modesto (circa il 12%) e ciò riflette il fatto di come, spesso, tali attori esportino soltanto in maniera occasionale. Inoltre, tra le nostre imprese esportatrici, quelle che operano in un solo mercato corrispondono a circa il 42%. Se si considerano quelle che esportano in due mercati si va oltre il 50%, ma nonostante l’elevata percentuale, il peso sull’export totale è di poco superiore al 3%2.

La grande sfida per le imprese italiane, in particolare per quelle di piccola dimensione, è pertanto di affacciarsi in modo ricorrente sui mercati internazionali e di diversificare le mete, anche al fine di mitigare i rischi. Il mercato italiano infatti, per quanto importante, rappresenta soltanto una modesta porzione della domanda a cui le imprese possono potenzialmente attingere. Per avere un’idea di grandezza, basti pensare che il Pil del Bel Paese vale soltanto il 2,5% di quello globale; quello dell’Unione europea, il 21,7%. C’è quindi, letteralmente, un mondo di opportunità al di là dei nostri confini e anche al di fuori del mercato comune.

Se ne rende conto chi si sta già cimentando con le operazioni di export. Export che è cresciuto del 7,4% nel 2017 sfiorando la soglia complessiva dei 450 miliardi di euro3 e che sta continuando ad aumentare nel 2018, pur se a ritmi inferiori. E se n’è accorto soprattutto chi, nel periodo post-crisi, ha continuato a osservare, in media, una buona dinamica delle vendite all’estero, nonostante le difficoltà che il nostro Paese si è trovato a fronteggiare. Le esportazioni sono state infatti l’unico driver di crescita per l’economia italiana negli anni dal 2010 al 2017 (oltre 6 punti percentuali; Figura 1) e le imprese esportatrici sono quelle che, in media, hanno osservato una crescita più sostenuta del fatturato e che, di norma, presentano risultati migliori in termini di indici di redditività, profittabilità e solvibilità.

Figura 1: Contributi alla crescita del Pil
2010-2017 (indice 2010=100, var %)

Le imprese esportatrici sono state in grado di reggere la competizione internazionale legata ai bassi costi di produzione di alcuni Paesi emergenti grazie a una notevole capacità di adattamento (anche dal punto di vista settoriale) e spostando la propria strategia di export su altri fattori quali il brand, la qualità, la rete di distribuzione e i servizi post-vendita.

Ma esportare non è l’unica via per internazionalizzarsi. Talvolta si rende infatti necessario andare a produrre e investire all’estero per ragioni strutturali e strategiche che esulano dalla mera riduzione dei costi di produzione:

  • ampliare le dimensioni d’impresa per poter competere con i grandi player che operano su scala globale;
  • aggirare le barriere protezionistiche, ovvero dazi e barriere non tariffarie che ostacolano (o impediscono) il realizzarsi delle transazioni;
  • esigenze di prossimità, per presidiare direttamente quei mercati in cui l’export da solo non è sufficiente a garantirne una penetrazione efficace; per minimizzare il time to market; per sfruttare le sinergie con i clienti4;
  • usufruire delle materie prime dei Paesi esteri, risorse di cui l’Italia non dispone in abbondanza.
Questo può produrre effetti positivi anche per le imprese italiane e, complessivamente, per l’economia del Bel Paese. Lo stock di Ide italiani all’estero è ancora piuttosto modesto rispetto a principali peer europei (Tabella 2), segno che occorre fare molto di più per recuperare terreno.

Tabella 2
Stock IDE in uscita/PIL (2017)

La via dell’internazionalizzazione è quindi la strada da seguire per le imprese che vogliono diventare più grandi, più profittevoli e più solide. Nonostante gli evidenti benefici, quella dei mercati esteri purtroppo non è una strada agevole per tutti, per via di costi fissi e asimmetrie informative che spesso fungono da deterrente all’ingresso delle imprese, soprattutto quelle di minori dimensioni. Per questo vi è necessità di strutturarsi in modo adeguato, approfondire la conoscenza dei mercati esteri presso i quali si intende operare e avvalersi del supporto di esperti capaci di guidare il processo di internazionalizzazione. In questo senso, il Polo SACE SIMEST svolge un ruolo strategico per lo sviluppo del business delle imprese che vanno all’estero, attraverso la combinazione di una serie di prodotti quali: garanzie, finanziamenti e investimenti in equity. Uno studio di Prometeia ha infatti evidenziato un miglior andamento delle imprese SACE SIMEST clienti rispetto a un campione di imprese italiane esportatrici simili ma non clienti. In particolare è risultata una crescita superiore delle prime in termini di fatturato, investimenti, produttività e solvibilità5.

TREASURE CHEST

  • La crescita delle imprese italiane passa soprattutto per la via dell’internazionalizzazione. Il mercato italiano infatti rappresenta soltanto una modesta porzione della domanda a cui le imprese possono potenzialmente attingere.
  • Le imprese esportatrici, in media, presentano risultati migliori in termini di crescita del fatturato, della redditività, della profittabilità e della solvibilità rispetto alle imprese non esportatrici.
  • Esportare non è l’unica via per internazionalizzarsi. Talvolta si rende infatti necessario andare a produrre e investire all’estero per ragioni strutturali e strategiche. Questo può produrre effetti positivi anche per le imprese in patria e, complessivamente, per l’economia italiana.
  • È però necessario dotarsi di una struttura adeguata, di accumulare know how e avvalersi del supporto di esperti capaci di guidare il processo di internazionalizzazione.

1 Istat (dato relativo al 2016 – ultimo disponibile).
2 Rapporto Ice 2017 -2018.
3 Dati relativi alle esportazioni di beni.
4 Un caso peculiare riguarda le imprese che realizzano prodotti intermedi, ovvero quello che entrano nel processo produttivo dell’impresa cliente. Molti investimenti di PMI italiane derivano proprio dalla necessità di seguire all’estero l’impresa cliente, nell’ottica dell’efficientamento della catena del valore.
5 Periodo di analisi: 2005 - 2016